mercoledì 14 marzo 2007

Il Disgrazia (m 3678)

Agosto 1884. Nel pieno della notte una carrozza parte silenziosa dall’Hotel Posta di Sondrio e si inerpica fino a Predarossa. Su di essa vi sono quattro furèst, pare siano inglesi. Qualche giorno fa hanno già tentato di sconfiggere il colosso di ghiaccio da Chiareggio, ma il Disgrazia li ha respinti, ed ora riprovano dal versante opposto.
Edward Shirley Kennedy, presidente del Club Alpino Britannico, con il suo accompagnatore Thomas Cox , la guida Melchior Anderegg e il reverendo Leslie Stephen, padre di Virginia Woolf, sono i primi. 3678 metri verso il cielo, il Disgrazia è la Montagna degli Inglesi.


“Passammo accanto alla povera Capanna Maria, riferisce Bruno Galli-Valerio nella relazione sull’ascensione al Disgrazia dell’agosto 1894 , il cui tetto, strappato dal vento, giace a pochi metri al di sotto e che, forse con poca spesa, potrebbe venir riparata; passammo sul famoso cavallo di bronzo che la fantasia di qualche alpinista ci aveva dipinto per qualche cosa di ben pericoloso e che non ci parve per nulla meritevole di tanta fama, e alle dieci e mezzo toccammo la vetta, cinque ore e mezzo dopo aver lasciato la Capanna di Corna Rossa. Mai in vita mia ho sentito la poesia della natura penetrarmi così profondamente nell’anima come sulla vetta del Disgrazia. Quella distesa immensa di valli e monti sbalordisce. Dalle pianure verdeggianti, l’occhio passa all’azzurro dei laghi alpini, al verde cupo dei boschi di abete, al nero delle rocce brulle, al bianco degli sterminati ghiacciai. Ogni parola per descrivere il quadro che si affaccia allo spettatore del Disgrazia, non farebbe che sciuparlo. Natura meravigliosa, tu sei pur sempre quella che ci offri gli spettacoli più belli, e dei quali la nostra mente non si sazia mai”.

Io e il Disgrazia..
La prima volta che sono salito sul Disgrazia era l’agosto 2001 assieme a Renzo, mio papà. Avevamo scelto la SO, il versante più facile da salire, nonché la via dei primi salitori: Edward Shirley Kennedy, presidente del Club Alpino Britannico, Thomas Cox, il reverendo Leslie Stephen, padre della scrittrice Virginia Wolf, e la guida Melchior Anderegg. Si racconta che i pionieri partirono quand’era ancora notte fonda dall’albergo Posta di Sondrio e raggiunsero Predarossa in carrozza.
Ma torniamo a me, il reverendo Beno. Quell’agosto il ghiacciaio era molto crepacciato e la sella ricca di colli nevosi. Passaggi unici ed emozionanti. Qualche sasso si staccava di tanto in tanto scivolando lungo i canali nevosi che stavamo calpestando. Il fruscio si tramutava in silenzio. Il sasso spariva e dopo pochi secondi un cupo rintocco riemergeva dall’abisso. Ogni volta un nodo in gola. Non sapevo cosa ci aspettasse via via che ci avvicinavamo alla vetta. Si narra di difficoltà disumane, mi chiedevo dove si nascondessero. Attorno a me alpinisti con attrezzature da 8000, più indietro mio papà che, come me, saliva senza chiodi né ramponi, intento solo ad ammirare la bellezza della montagna.

Giunti alla spianata da cui si vede la parete Nord non potemmo far altro che fermarci a contemplare l’orrido di ghiaccio da cui sale la via Diretta, un dislivello di 500 metri che nella strozzatura s’inclina verticalmente fino a 60°-65°. Ricordavo ciò che dice Giuseppe Miotti di Schenatti e Lucchetti Albertini che nel ’34 salirono questa diretta “rimasta per molti anni la più difficile via di ghiaccio delle Alpi Retiche” e pensavo con stupore che il Bianco nell’86 da lì era sceso con gli sci. “La sua più grande impresa, […] fino al 1996 irripetuta, una delle discese più importanti fino ad oggi realizzate a livello mondiale” scrivono i tre autori di Dal Corno Stella al K2. Per superare le lente compagini impegnate sulla sella ghiacciata (e per la pigrizia di non mettere i ramponi), girammo a Sud sulle rocce sottostanti alla Syber-Gysi. La vista della Capanna Margherita confermò la correttezza della nostra via. Al Cavallo di Bronzo l’unica difficoltà fu quella di attendere pazientemente il nostro turno, prima di potergli saltare in groppa.
In vetta non sapevo dove guardare. L’orizzonte era immenso, imbarazzante. Non ci sono parole per descriverlo, andateci!

Perché mai chiamare Disgrazia una tale bellezza? Il nome altisonante e tutte le leggende che la descrivono come un mostro mangia alpinisti sono infondate, ma bastano a mettere in corpo smisurata tensione.
Scrive Miotti: “Chissà perché in seguito entrò come toponimo della vetta quel ‘Disgrazia’ che ricorda tragedie alpine che non ebbero mai luogo nelle sue pendici”. Forse il nome deriva dall’italianizzazione di “desglascià” (sciolto) o da italianizzazione più storpiamento di Cuai, il nome della famiglia proprietaria dell’alpe Predarossa ( Cuai 􀃆 Guai 􀃆 Disgrazia ). Ma tutto ciò manca di poesia. Perciò, facendo arbitraria selezione delle analisi toponomastiche, vi propongo quella che ritengo più corretta perché più divertente e valtellinese.

Si racconta che una volta Dio aveva donato agli abitanti di Berbenno un’imponente monte di verdi pascoli: il Pizzo Bello. Negli anni a venire l’eccessiva vanità e arroganza degli uomini causò la collera di Dio. Adirato, il Creatore bruciò coi fulmini i pascoli e ricoprì di ghiaccio le pendici del monte che venne così a chiamarsi Disgrazia. Gli abitanti di Berbenno dovettero perciò accontentarsi di una cima più modesta per pascolare il loro bestiame: l’attuale Pizzo Bello (m 2734).
Stessa fine, si narra, fecero i Corni Bruciati, a causa dell’ira che il Signore ebbe nei riguardi d’un pastore avido che non diede ristoro all’Onnipotente che s’era finto mendicante.



D'anno in anno il ghiacciaio di Predarossa sta fuggendo sempre più velocemente, anzi, quest'anno fra settembre e ottobre ha fatto registrare un'ablazione annuale! Sono convinto che, specialmente dopo il caldo e la siccità di questo inverno, si raggiungerà la vetta senza toccar neve!





Digrazia (m 3678) e Monte Pioda (m 3431) - itinerario di salita

mercoledì 28 febbraio 2007

Il Pizzo Tresero (m 3594)

Una piramide nel regno dei ghiacci

Una enorme e triangolare vetta che si erge altissima verso il cielo, una piramide dalle forme perfette ammantata da immani ghiacciai che domina da lontano tutta l'alta valle con il suo inconfondibile profilo. Una cima dall’aspetto decisamente elegante, tanto magnifica e imponente da far pensare di essere al cospetto di un’ottomila himalayano.
Non è cosi, naturalmente, siamo solamente a Santa Caterina, ed il Pizzo Tresero, con i suoi 3594 m di altezza, è la cima che ne caratterizza il panorama. Ma è solo l’antipasto di un succedersi di meraviglie che questo paesino ed il suo territorio dalla grande vocazione alpinistica (basti ricordare che qui è nato il celebre Achille Compagnoni, conquistatore del K2) possono vantare. Infatti il Tresero non è che la prima cima di una lunga cresta a ferro di cavallo con ben 13 vette al di sopra dei 3500 metri che fa da corona al gigantesco ghiacciaio dei Forni, il secondo per estensione delle Alpi italiane. La prima e probabilmente la più bella.
Certo il Cevedale è superiore in altezza ( 3769 m), il San Matteo rievoca i ricordi della battaglia più alta della storia (3678 m), ma nessuna può vantare la maestosità del Tresero.
E dalla sua cima si può godere come da nessun’altra dello spettacolo offerto dai quasi 1300 ettari della superficie ghiacciata dei Forni.
Non di meno, il Tresero è punto di partenza (o di arrivo a seconda da dove la si cominci) di una delle più belle ed impegnative vie di alta quota delle Alpi: la traversata delle 13 cime, una grandiosa cavalcata che mai scende al di sotto dei 3300 m in un gruppo di montagne che sanno regalare panorami magnifici ed indimenticabili.
Si parte dal bivacco Seveso per conquistare, una dopo l’altra, le vette del Pizzo Tresero (m 3594, 1° cima). della Punta Pedranzini (m 3599, 2° cima), della Cima di Dosegù (m 3560, 3° cima), del Monte San Matteo (m 3678, 4° cima), del Monte Giumella (m 3594, 5° cima), della Punta Cadini (m 3524, 6° cima), della Punta di S.Caterina (m 3529, 7° cima), della Cima di Pejo (m 3549, 8° cima), della Punta Taviela (m 3612, 9° cima), del Monte Vioz (m 3645, 10° cima), del Palon de Lamare (m 3703, 11° cima), del Monte Rosole (m 3536, 12° cima) e del Monte Cevedale (m 3769, 13° e ultima cima) per poi rientrare al rifugio Larcher.
Una sequenza entusiasmante, nel regno del ghiaccio, dove è possibile anche respirare ed incontrare la storia. E’ infatti facile imbattersi in residuati bellici della 1° guerra mondiale (1915-1918), li a ricordarci le tristi pagine di quella che è ricordata come la “guerra bianca” che vide opposti su queste cime gli Alpini italiani e gli Ständschützen austriaci.
I soldati scavavano trincee nel ghiaccio a tremila metri, costruivano posti di vedetta a trenta gradi sotto zero, issavano cannoni con le slitte trainate da muli e cani. Uomini che attaccavano cime fatte di ghiaccio difese da altri esseri umani, in una lotta oggi incomprensibile. Ancora il ghiacciaio trattiene i corpi di molti uomini caduti alla cima del San Matteo (3678 m), il 3 settembre 1918, nella più alta battaglia della prima guerra mondiale. A distanza di quasi novant’anni i ghiacciai si sono ritirati, sull'Everest si è ritrovato il corpo di Mallory, e in Alto Adige l'uomo di Similaun, ma molti alpini e Ständschützen sono ancora custoditi dai ghiacciai dell'Ortles – Cevedale.

martedì 27 febbraio 2007

Il pizzo Bernina (m 4050)

8 agosto 2006. Preludio d'una bufera sulla cresta del Bernina .

Il colosso delle Alpi Centrali


Nelle Alpi Centrali una sola vetta supera i 4000 metri, ed è proprio la più alta della Valtellina, il Pizzo Bernina (m 4050).
Scrive il Saglio: " Segnale trigonometrico di prim'ordine e punto culminante del gruppo [...]. Compreso tra la Bréccia del Bernina, la Forcola di Cresta Guzza e la Bréccia dello Scércen, la superba montagna si mostra con possanza ed eleganza e con un prestigioso corteggio di cime altrettanto belle".
Il toponimo trae le sue origini dalla parola celtica Ber, che significa sorgente. E appunto il Bernina, con i suoi immensi colossi di ghiaccio, che alimenta l'Adda, quindi il Po', dal versante italiano, e l'Inn, quindi il Danubio, da quello elvetico.
La storia alpinistica, come per il pizzo Scalino, fu precoce per l'interesse topografico insito nella vetta. Il 13 Settembre 1850 il topografo J. Coaz con Joan e Lorenz Ragut Tscharner, dopo una lunga preparazione di studi e di misure delle vette circostanti, partì da Bernina Sout alle 6 del mattino. Risalì il ghiacciaio del Morteratsch e, superatone la terribile crepacciata mediana, il Labirinth, attaccò le rocce della possente spalla E. Seguitando su tale cresta il gruppo raggiunse la vetta alle ore 18.

Floriano Lenatti, custode per molti anni della Marco e Rosa, e il suo Bernina.

Tale itinerario fu il preferito per molti anni sia dalle cordate che salivano dal versante elvetico, sia dalle cordate provenienti dalla Marinelli. Dal 1914, a seguito anche dell'inaugurazione della capanna Marco e Rosa, la via comune cadde sulla spalla SE che , benchè più lunga per le comitive provenienti dal Morteratsch, offriva in definitiva minori difficoltà alpinistiche. Famossissima lungo la via Normale è l'affilatissima lama di ghiaccio che unisce i m 4021 della punta italiana ai 4050 della punta svizzera. Non è raro che molti alpinisti s'arrendano di fronte al terrore che degli immani precipizi che racchiudono la sottile cresta.

il Bernina dal Bivacco Paravicini

La via di maggior interesse alpinistico è la cresta Nord o Biancograt, lunghissima e faticosissima ascensione per la Crest'Alva (Pizzo Bianco), costellata di passaggi e paesaggi mozzafiato. Chi la percorre è solito pernottare (?!) alla Chamanna da Tschierva ed iniziare la giornata con la classica levataccia alle 3 di notte per concludere l'uscita in Marco e Rosa nel primo pomeriggio!
Il mio rapporto affettivo con questa montagna è grandissimo. L'ho salito per la prima volta che ero ancora un bambino (12 anni), ricordo un colosso di ghiaccio e rocce, precipizi mozzafiato, creste taglienti come lame, ma anche una tranquillità surreale, la felicità di essere arrivato con le mie sole gambe ad un passo dal cielo.
E poi ancora, quando l'8 agosto 2003, in compagnia del mio amico Marini, l'ho salito partendo a piedi da Sondrio per poi ritornarvi dopo 21h e 43' di interminabili fatiche ed emozioni.

L'impresa Sondrio-Bernina-Sondrio

Itinerario di salita per la via Normale


lunedì 26 febbraio 2007

Il Pizzo Badile (m 3308)

Il gigante di granito

La Val Masino, dopo la Valmalenco, è la maggiore delle valli laterali che confluiscono nella Valtellina. Questa zona, molto nota fra gli alpinisti e meta privilegiata di rocciatori e arrampicatori, deve la sua fama alla dorsale di vette che si innalzano alla sua testata, montagne dalle forme ardite, sempre superiori ai 3000 m, conosciute per la bellezza e la difficoltà delle loro pareti granitiche: il gruppo del Masino-Bregaglia.
Un angolo straordinario delle nostre montagne. Uno spettacolo di sapore quasi gotico, che colpisce dritto al cuore soprattutto se osservato dalla Val Bondasca, sul versante nord, dove lo sguardo si interrompe bruscamente contro la formidabile e spettrale muraglia del gruppo delle Sciore, per poi spostarsi verso la massa scura del Cengalo ed infine sul profilo inconfondibile del Pizzo Badile: squadrato, lineare, perfetto. Vette che trasudano storia ad ogni diedro e ad ogni placca, una imponente cattedrale di granito che con i suoi spigoli, le sue guglie, le fughe infinite, i canaloni profondamente incisi, chiama a se i desideri degli alpinisti con la stessa forza con cui respinge il buon senso e gli sguardi della gente normale.
Ma come si può non restare affascinati dalla parete nord del Badile, una scura lavagna alta quasi mille metri, una gigantesca pala che si erge dal ghiaccio? Uno spettacolo di pietra davvero unico, che ha affascinato anche famosi artisti come il pittore Giovanni Segantini, che di queste montagne e di quelle engadinesi si era innamorato.
No, non si può rimanerne insensibili, ed infatti il Pizzo Badile è una delle montagne entrate ormai da tempo e a buon diritto nella storia dell'alpinismo italiano. Sulle sue pareti ne sono state firmate pagine leggendarie, come ad esempio il superamento della parete nord-est da parte del grande Riccardo Cassin (1937), impresa eccezionale pagata però ad altissimo prezzo, con la morte di due alpinisti comaschi membri della cordata. Ancora oggi, sulla vetta, una targa ricorda il loro sacrificio per un amore che soltanto chi vive per la montagna può capire.
Oggi sono decine gli itinerari tracciati sul Badile, tra i quali il celebre e frequentatissimo spigolo nord; la lunghezza delle vie e la crudezza dell’ambiente circostante li rendono però percorribili solamente con una adeguata preparazione tecnica ed atletica.
(Foto: 1-la nord del Pizzo Badile con in primo piano il celebre spigolo, 2-Il Badile dalla Valmasino)

Scheda dell'itinerario

venerdì 23 febbraio 2007

La Cima Piazzi (m 3439)

Una montagna incantata
Salendo lungo la strada che collega Bormio a Livigno, all’altezza dell’abitato di Arnoga, non si può che rimanere affascinati dallo spettacolo che improvvisamente rapisce lo sguardo verso sinistra, costringendo ad alzare gli occhi sempre più su, verso l’alto, in un susseguirsi di meraviglie che terminano solamente in cielo, ai 3439 metri della sua vetta.
La Cima Piazzi, un tempo chiamata Cima dei Piazzi dal cognome di una nobile famiglia valtellinese anticamente titolare dei diritti di pascolo sugli alpeggi ai piedi del monte, si stacca nettamente per altezza da quelle che la circondano, e forse anche a questo deve il suo arcano fascino, principalmente dovuto al mescolarsi di aspri ghiacciai e dolci pendii ricoperti da foreste centenarie. Vetta principale del gruppo Dosdè – Piazzi, a cavallo fra Val Grosina e contea di Bormio, la Cima Piazzi offre una cornice di primo ordine a quel paradiso escursionistico che sono la Val Viola e le sue laterali.
Quello che colpisce di questa grandiosa montagna è il suo versante settentrionale, che, a dispetto di una quota non elevatissima, dispone di una architettura da “quattromila”. Lo sviluppo glaciale assume qui dimensioni notevoli se comparato a quello di montagne di uguale quota appartenenti ad altri gruppi alpini, ed imponenti sono le seraccate che ne caratterizzano le colate.
Ascensione di prestigio notevolmente inferiore alle vette dei vicini gruppi del Bernina e Ortles-Cevedale (la sua via “normale”, dal versante sud, è alla portata di qualsiasi buon camminatore con esperienza di alta montagna), la Cima Piazzi è una meta trascurata dagli alpinisti più preparati, ma nonostante questo è ben più conosciuta alla massa grazie a una sua esclusiva peculiarità: è infatti dalle sue falde che sgorga la rinomata fonte "Levissima", ed è questa vetta che ogni giorno tante famiglie italiane possono vedere sulle proprie tavole stampata sulle etichette delle bottiglie di acqua minerale.
(Nelle foto: il versante nord della Cima Piazzi)

Il Gran Zebrù (m 3851)

Il Re e la sua corona

La gente del Sudtirolo lo chiama “der Koenig”, il Re. Rehinold Messner, il grande alpinista, l'ha annoverata tra le più belle vette ghiacciate della Alpi centrali. Si, perché il Gran Zebrù di regale non ha soltanto elevazione e aspetto, ma anche una corona: la cosiddetta "meringa", la caratteristica vela di ghiaccio pensile , praticamente sospesa sopra la parete nord per decine di metri. Tanto perfetta da sembrare scolpita dalla mano di un maestro. Imponente e maestosa, l’affilata piramide del Gran Zebrù spicca tra le cime del massiccio dell’Ortles-Cevedale tanto da renderla senza ombra di dubbio la più bella vetta del gruppo, più bella anche dell’Ortles stesso (3905 m), al quale è seconda in altezza.


Certo il nome regale ricorda anche le pretese che questa superba montagna avanza nei confronti degli alpinisti: se lo si vede da nord è facile arrendersi subito e pensare all’impossibile.
Solo in pochi possono ambire ad stringere in mano la chiave per accedere alla "corona del Re", e per farlo la sfida consiste in una via di salita diretta, che per essere tale deve vincere il temibile cornicione sporgente della “meringa”.
Sicuramente però esistono modi più gentili per avvicinarsi al sovrano: la via normale, anche se da non sottovalutare, è più accessibile e sale lungo il grande pendio sud-est per un dislivello di 400m, con un’inclinazione da 30 a 50 gradi, spesso chiazzato di lastre di ghiaccio, fino alla vetta. Faticoso, certo, ma dalla cima di questo gigante di pietra la vista su Adamello, Presanella, Bernina e Alpi Venoste è incomparabile.
Purtroppo, il Gran Zebrù è tristemente noto anche per fatti non piacevoli: esso è stato involontario protagonista, insieme alla altre vette del gruppo, delle ben note vicende della 1° guerra mondiale (1915-18), dove la regione dell'Ortles - Cevedale fu teatro di cruenti scontri fra le truppe italiane e quelle austriache. Riesce difficile oggi immaginare le disumane condizioni di vita a cui i soldati, già provati dal lungo conflitto, erano sottoposti nei combattimenti per la sopravvivenza a queste quote, dove oltre che con il nemico si lottava quotidianamente contro le avverse condizioni climatiche.
(Nelle foto: 1 - In primo piano il Gran Zebrù, alle sue spalle l'Ortles; 2 - L'impressionante parete nord; 3 - La celebre "meringa" di ghiaccio)

La Punta di Scais (m 3039)

Le “Orobie dimenticate”. Ecco l'appellativo che a metà anni '80 Gogna e Miotti (1) scelsero per il gruppo Scais - Redorta.
Cosa strana, visto che un tempo la regione era la meta prediletta dell' “alpinismo dei pionieri”, quell'alpinismo che vedeva nelle inesplorate vette valtellinesi un obbiettivo di indiscusso prestigio. Persino il Principe Scipione Borghese, vincitore con la Itala del raid Parigi-Pechino, volle raggiungere la Punta di Scais e il Redorta. Lo fece il 24 settembre 1896, accompagnato dalla fortissima guida di Agneda Giovanni Andrea Bonomi.
A inizio '900 Bruno Galli Valerio riferiva, inoltre, della copiosità di mucche e capre nei pascoli di Caronno, quelle stesse pasture su cui si ambientavano le favole di diavoli e orsi che lo stesso Galli Valerio ascoltava la sera dinnanzi ai focolari di Scais e Agneda. In Cols et sommets furono trascritte e salvate alcune di queste gemme della nostra tradizione orale che altrimenti si sarebbero irrimediabilmente perse.

Ancora negli anni sessanta “Guide ai Monti d'Italia”esaltava la Punta di Scais come “Seconda celebratissima vetta delle Alpi Orobie”. Seconda forse solo per elevazione, quanto ad asprità, invece, le spetta fuor dubbio la prima posizione. In vetta offre un paesaggio quasi surreale, su orridi di roccia e di ghiaccio, creste variopinte e frastagliate, canali profondissimi e spigoli affilatissimi.


La Punta di Scais e i canali di salita per il versante SO visti dai pressi della Schiena del mulo. La prima ascensione alla Punta di Scais fu portata a termine dalla guida Antonio Baroni e tre suoi clienti il 3 luglio 1881. Il 12 luglio 1894 ci fu la storica ascesa di Giovanni Bonomi con Bruno Galli-Valerio lungo il canale da allora denominato canale Bonomi.

Ma negli ultimi trent'anni lo scenario è cambiato radicalmente. Gli scalatori e i pastori si sono dileguati come le nevi perenni, Scais è sott'acqua, Agneda spopolata per la maggior parte dell'anno e addobbata con orrende antenne paraboliche.
“Chi decide di abbandonare l'asse viario principale poco dopo Sondrio per imboccare le strade e i sentieri del versante orobico, scrive Claudio Lugaresi, scoprirà veramente un altro “pianeta” che difficilmente dimenticherà. La viabilità stradale con percorsi stretti e spesso sterrati, allontana i turisti frettolosi ed impazienti di raggiungere zone più note ed accessibili; le strade che conducono alle testate delle valli si fermano poco sopra i 1000 metri, a volte anche prima. La ripidità dei versanti e l'esposizione dei settori a settentrione ha impedito un forte sviluppo antropico; le uniche massicce opere umane sono le dighe e le prese d'acqua della Falck, che alcune decine di anni fa iniziò lo sfruttamento idroelettrico della zona utilizzando, per la costruzione delle sue opere, un ingegnoso sistema di trenini e gallerie tuttora funzionante. Ciò ha risparmiato la zona dagli scempi altrove provocati dall'apertura di rotabili in quota, di cui la strada ormai impraticabile che raggiungeva la miniera d'uranio della Val Vedello costituisce un chiaro esempio.”
Gli uomini, del resto, hanno perso il loro spirito d'avventura e di sacrificio, preferendo adattare la natura alle proprie esigenze piuttosto che adattare i propri comportamenti alla natura. Quassù nelle valli di Piateda, e specialmente sulle pendici della Punta di Scais, sopravvive una montagna d'altri tempi, povera di servizi ed infrastrutture, unica ed eccezionale per gli amanti del genere, oasi lontana dal turismo e dallo stile di vita moderni che hanno contaminato la Valtellina.

Scheda dell'itinerario